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14 Ottobre 2009

Fedeltà del lavoratore dipendente

L’obbligo di fedeltà del prestatore di lavoro ha come fonte principale la norma contenuta nell’art. 2105 c.c. che così recita: “il prestatore di lavoro non deve trattare affari per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l’imprenditore, né divulgare notizie attinenti all’organizzazione e ai metodi di produzione dell’impresa, o farne uso in modo da poter recare ad essa pregiudizio”. Tale obbligo di non concorrenza (art. 2105 c.c.) può sussistere anche dopo la cessazione del rapporto di lavoro, anche se sia stato fra le parti concordato un patto di non concorrenza in base all’art. 2125 c.c. Infatti il divieto di divulgazione di notizie aziendali (art. 2105 c.c. seconda parte) sembra invece ritenere che sussista anche dopo la cessazione del rapporto di lavoro, prescindendo da apposita pattuizione è infatti penalmente sanzionata la sua violazione (art. 623 c.p.).

Il lavoratore è tenuto non solo a prestare la propria opera con diligenza ma anche con lealtà. Il medesimo non può eseguire lavoro per conto proprio o di terzi in concorrenza con l’imprenditore, quando questi però gli affida una quantità di lavoro atto a procurargli una prestazione continuativa corrispondente all’orario di lavoro normale secondo le disposizioni vigenti e quelle stabilite dal contratto di categoria.

E’ utile sottolineare che l’obbligo di fedeltà vieta qualsiasi condotta in contrasto con i doveri connessi all’inserimento del lavoratore nella struttura dell’impresa e che sia comunque idonea a ledere irrimediabilmente il presupposto fiduciario del rapporto. L’obbligo di fedeltà a carico del lavoratore subordinato va collegato ai principi generali di correttezza e buona fede ex art. 1175 e 1375 e per tanto impone al lavoratore di tenere un comportamento leale nei confronti del proprio datore di lavoro, astenendosi da qualsiasi atto idoneo a nuocergli anche potenzialmente per cui, ai fini della violazione dell’obbligo di fedeltà incombente sul lavoratore ex art. 2105 c.c., è sufficiente la preordinazione di un’attività contraria agli interessi del datore di lavoro anche solo potenzialmente produttiva di danno (Cass. 26 agosto 2003 n. 12489). Il lavoratore può comunque svolgere contemporaneamente più attività anche di natura subordinata alle dipendenze di più datori di lavoro, specie quando, per la natura delle mansioni esercitate, non sia tenuto ad un orario prestabilito o continuativo di lavoro. Tuttavia il lavoratore deve astenersi dal trattare affari, per conto proprio o di altri datori di lavoro, in concorrenza con l’imprenditore, cioè affari della stessa natura di quelli trattati dall’imprenditore suo datore di lavoro e tali da arrecare pregiudizio al suo interesse.

Va ancora precisato che il divieto di divulgare notizie non riguarda le cognizioni tecniche acquisite dal lavoratore quale potenziamento della sua capacità professionale, ma solo le notizie che si potrebbero definire di carattere confidenziale che riguardano cioè il patrimonio immateriale dell’azienda e che, se diffuse, ledono l’azienda stessa perché utilizzabili da imprese concorrenti. Nel concetto rientra sicuramente il segreto cosiddetto d’ufficio. Infatti l’art. 2105 c.c., vietando nella sua seconda parte la diffusione delle notizie di cui si è accennato, non può non comprendere anche il segreto d’ufficio che, per comune esperienza, è costituito da ciò che, se divulgato, danneggia direttamente o indirettamente l’ufficio (nel caso l’azienda), in altri termini da quel complesso di notizie confidenziali che sono geloso patrimonio dell’azienda e la cui diffusione è di per sé pregiudizievole alla stessa. La violazione del dovere di fedeltà è fonte non soltanto di responsabilità disciplinare, che espone il lavoratore inadempiente alla sanzione del licenziamento per giusta causa ma ove abbia cagionato un danno all’imprenditore anche del correlativo obbligo risarcitorio.

Per ulteriori informazioni:

Pasquale Del Buono
p.delbuono@confartigianatobologna.it

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