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22 luglio 2003

Non chiamiamola riforma

Di nuovo non c’è un gran che, se si eccettua, in prospettiva, la definitiva liberalizzazione del collocamento, che arriva comunque in ritardo. Il resto sono parole, formule di grande effetto, ma vuote di contenuti realmente innovativi e soprattutto costituiscono un imbrigliamento del lavoro atipico che invece di produrre flessibilità, irrigidisce e aumenta sensibilmente i costi. Con lo staff-leasing per esempio si è semplicemente razionalizzato il sistema di intermediazione di manodopera, regolamentando i casi di utilizzo in azienda di persone o gruppi di persone gestiti da soggetti terzi (come succede per le attività di facchinaggio e pulizie) …ma questa non è una novità! Ciò che di sicuro appare innovativo è l’intervento sul lavoro atipico, sulle Collaborazioni Coordinate e Continuative (i cosidetti Co.co.co.). Nei confronti di questo rapporto generato dal mercato ed esploso negli ultimi anni raggiungendo dimensioni esponenziali (due milioni secondo il professor Ichino),.il Governo interviene in più direzioni con effetti potenzialmente devastanti. Non cambia infatti la tipologia di rapporto alla base dei contratti definiti a progetto in quanto la ratio dei contratti di collaborazione coordinata e continuativa è sempre stata legata alla realizzazione di ben definite attività di natura progettuale (per cui ancora una volta fatichiamo nell’individuare il quid novi della fattispecie in questione!). Viene al contrario consolidata la presenza di questa tipologia contrattuale fra quelle che attualmente o nell’immediato futuro potranno godere delle tutele tipiche del rapporto di lavoro dipendente, contrastando così con le naturali caratteristiche di flessibilità e autonomia che costituiscono la ragion d’essere della collaborazione coordinata. Per essere una riforma innovativa non ci sembra molto, ma le scelte orientate alla tutela non possono che zittire le polemiche provenienti da certa parte politica. Sotto altro aspetto, non dà sfogo alla domanda del mercato che chiede flessibilità vera e non paliativi e per questo ci chiediamo il perché degli assordanti silenzi che talune rappresentanze imprenditoriali si impongono. Inoltre mortifica i lavoratori atipici (quelli veri!) inquadrandoli nelle logiche del rapporto di lavoro subordinato, invece di favorire lo sviluppo delle attitudini imprenditoriali. In conclusione, un intervento che parrebbe non accontentare nessuno. Secondo noi si è persa ancora una volta l’occasione per attuare provvedimenti in grado di favorire sviluppo e occupazione, lasciando nuovamente al caso e all’inventiva la ricerca delle soluzioni più idonee. Peccato! Agostino Benassi