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18 settembre 2017

Il gusto del lavoro ben fatto: la ‘lezione’ di Aldo Cazzullo sul Corriere della sera

 

“Bisogna recuperare il gusto del lavoro ben fatto anche del lavoro fatto con le mani: l’artigianato di qualità, i mestieri d’arte, e anche i lavori di cura”. Così Aldo Cazzullo, editorialista del ‘Corriere della sera’ risponde oggi sul quotidiano alla lettera di un lettore sul futuro dei giovani. Cazzullo rilancia quanto Confartigianato sostiene da sempre: basta con i piagnistei e i sogni romantici e con ipotesi ‘assistenziali’ come il reddito di cittadinanza: l’avvenire dei giovani si costruisce anche restituendo dignità al lavoro artigiano.

Ecco di seguito la lettera e la risposta di Aldo Cazzullo.

Caro Aldo, mi ha colpito la lettera della mamma che piange sui sogni infranti dei giovani che devono superare il numero chiuso all’università. La mia generazione a 17-18 anni, salvo pochi casi, lavorava: alcuni studiavano di sera; altri facevano il doppio lavoro. La parola «sogni» non esisteva. Troppe università sono una fabbrica di frustrati. La storia della Statale di Milano è emblematica: piena di gente che tra qualche anno, con un foglio di carta in mano, pretenderà un lavoro adeguato.

Caro Piero Vittorio, è senz’altro vero che la sua generazione ha fatto sacrifici che oggi non riusciamo neanche a immaginare, ricostruendo un Paese distrutto, ripartendo quasi da zero. Ed è altrettanto vero che la retorica del «ci stanno rubando il futuro» e del piagnisteo è insopportabile. Il futuro dipende innanzitutto da noi. Lei sa però che esiste anche un’altra retorica, su cui già quarant’anni fa ironizzava Edoardo Bennato: «Ai miei tempi che vuoi sognare/c’era solo da lavorare».
La parola «sogno» va sempre maneggiata con cura. Ad esempio definire «Dreamers», sognatori, i figli degli stranieri entrati illegalmente negli Stati Uniti è un accorgimento astuto per dare a una questione sociale una connotazione umanitaria e romantica. Pensi all’uso distorto della citazione shakespeariana «siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i nostri sogni»: Shakespeare intendeva dire che siamo ombra, polvere, vanità. Lasciamo sogni e sognatori alla letteratura, e occupiamoci di una cosa molto concreta: il lavoro. Bene troppo scarso, e nonostante questo troppo tassato. Molto cercato a parole, spesso rifiutato nella realtà. È giusto che i laureati facciano un lavoro consono a ciò che hanno studiato; in particolare chi è arrivato a una laurea professionalizzante come quella in medicina. Ma è altrettanto giusto recuperare il gusto del lavoro ben fatto, anche del lavoro fatto con le mani: l’artigianato di qualità, i mestieri d’arte, e anche i lavori di cura. Lavoro è dignità, inclusione, comunità, possibilità di costruirsi il proprio destino, di fare una famiglia, di ritagliarsi un’indipendenza. Il resto sono paghette o reddito di cittadinanza; cioè assistenza, privata o pubblica.